il manifesto - 29 Febbraio 2004
   
Quando il Gabibbo sale in cattedra
Gli intellettuali firmano un appello a favore di «Striscia la notizia».
Bene, difendiamo la libertà. Ma andiamoci piano con gli eroi del giornalismo

FRANCO CARLINI
Con una pagina a pagamento sui quotidiani, 26 intellettuali, tra cui il nostro Vauro, ma anche Dario Fo e Franca Rame, Enzo Biagi e Fernanda Pivano, hanno solidarizzato con Antonio Ricci di Striscia la Notizia e lanciato un allarme: «Vogliono chiuderci gli occhi». La questione purtroppo è meno lineare di quanto appaia e contiene almeno tre questioni, che vale la pena di scavare. Ricci è stato condannato per aver trasmesso un violento litigio tra Aldo Busi e Gianni Vattimo, registrato negli studi Rai nel 1996 e trasferito sui ponti radio della stessa Rai. Quelle onde elettromagnetiche erano state captate dalle antenne di Mediaset e poi mandate in onda. La prima questione riguarda la liceità di tale intercettazione: ogni cosa che viaggi nell'etere può essere raccolta da chiunque, solo perché casca nelle sue antenne? Il tribunale in questo non ha visto alcun reato, ma non ci dovrebbe essere dubbio che tali materiali sono comunque «proprietari» e coperti da copyright e che dunque il loro riuso in un programma concorrente non dovrebbe essere consentito.

Se passeggiando nei pressi della Mondadori uno raccoglie nella spazzatura delle bozze di un libro, certamente può leggerle, ma altrettanto certamente gli avvocati della casa editrice lo porteranno in tribunale se le stampasse in proprio, per fini di lucro. Su questo terreno la contraddizione di Mediaset è del tutto evidente, almeno secondo le leggi attuali e ancora di più secondo le norme rafforzate dell'Unione Europea che intendono difendere il copyright in maniera totale ed estremistica. Né va dimenticata la somiglianza quanto meno imbarazzante tra il pupazzo Gabibbo e la mascotte Big Red della Western Kentucky University, che risale addirittura al 1979, (www.wku.edu/bigred.html). Davvero sembra di essere nella Casa della Libertà, nel senso che «ognuno può fare quello che cavolo gli pare» (doverosa citazione autorale di Corrado Guzzanti).

La seconda questione tocca la privacy e il diritto all'immagine, e su questo è stata comminata la condanna a 4 mesi e 5 giorni. Gli ospiti in studio erano lì all'interno di un patto implicito: si rende pubblico ciò che si concorda, questo è il cosiddetto diritto morale dell'autore. Essendo personaggi pubblici hanno certamente diritto a una minore tutela della loro privacy, ma restano tuttavia titolari delle loro espressioni.

Non per caso la deontologia del giornalista prevede che ognuno di noi si qualifichi come tale: il ministro Scajola sapeva bene di stare parlando con dei cronisti quando disse che Marco Biagi era «un rompicoglioni» e di nulla dunque ha potuto lamentarsi. Vattino e Busi non erano di fronte a un giornalista di Striscia, con telecamera o senza; erano in uno studio Rai, per un programma della Rai. E infatti «Scherzi a parte» chiede l'autorizzazione, ma Striscia no.La terza questione, la più interessante, è il contenuto dell'appello in favore di Striscia la notizia: «Vogliono togliere l'opportunità di guardare l'altra possibile realtà». E del resto tutta l'ideologia di questo programma ruota attorno al proposito manifesto di rivelare i trucchi altrui, specialmente degli altri media, e di narrare le cose come sono davvero, e non come ve le raccontano.

La biblioteca dei programmi smascherati da Striscia è ormai copiosa, ma pone un problema di fondo persino filosofico, che riguarda la realtà delle cose: esse esistono in quanto tali, oppure ogni realtà è in qualche modo costruita e in divenire, figlia di un processo sociale? Tra i due estremi, quello del «realismo ingenuo» e quello che «la realtà non esiste», ma solo le sue rappresentazioni, esistono molte posizioni e sfumature. Striscia ha assunto il primo punto di vista, con estremismo forse sessantottino (la controinformazione) e insieme con un formato modernamente populista (in questo senso è intimamente berlusconiana). Dunque - dicono Ricci e i suoi - ci sono le cose vere e ci sono le manipolazioni: i media nascondono e truccano, solo noi diciamo la verità; lo ripetono con tanta insistenza che sono stati persino premiati come il migliore telegiornale, figurarsi.

A ben vedere questa è la stessa discussione tra «reale» e «percepito» a proposito dell'inflazione, un gioco linguistico di questi tempi dilagante ma culturalmente pernicioso perché allude al fatto che ci sia una realtà vera e una percezione soggettiva, quest'ultima verosimilmente fallace perché afflitta da soggettivismo, appunto. Sono invece due descrizioni della stessa realtà, quella affidata a rivelazioni statistiche secondo un modello macro, e quella affidata a rivelazioni altrettanto statistiche secondo altri modelli di valutazione, diciamo micro.

Lo stesso vale per gli spettacoli televisivi più o meno taroccati: che differenza c'è tra una comparsa che va in televisione a recitare la parte di una ragazzo innamorato, e un vero ragazzo innamorato che va in televisione a raccontare se stesso? Di fatto nessuna, perché anche il secondo è in qualche modo falso non appena va in televisione, sapendo di entrare in quel certo formato. Nello stesso tempo nessuno dei due è falso, ma rappresenta comunque una parte vera di sé, all'interno di una convenzione tra televisione e spettatori, dove tutti sono almeno inconsciamente consapevoli che di una recita si tratta. Per questo la vera truffa è chiamarli «reality show».

Altro invece è l'informazione, che vorrebbe avere uno statuto di obbiettività e dove di questi tempi avvengono le manipolazioni peggiori e spesso consapevoli. Di esse Striscia non si occupa molto, per propria scelta editoriale, ed è un vero peccato. Ecco per esempio due situazioni in cui il situazionista Ricci non si è mai messo. Consegnare un Tapiro a Dell'Utri per avere denunciato preventivamente Dario Fo; a seguire il sonoro del testo teatrale di Fo che invece andò muto sul satellite. Sarebbe quanto meno un doveroso scambio di solidarietà. Consegnare un Tapiro non solo all'avvocato Trantino della Commissione Telekom Serbia, ma anche a Paolo Guzzanti: il giornalista solo oggi scrive che il dossier Volpe era una trappola e che lui l'aveva sempre saputo, ma il Giornale che egli vicedirige su quel dossier ha marciato (inconsapevolmente?) per mesi. Pretendere da Ricci simili prestazioni certo è eccessivo, in quel contesto e in quel formato, ma non lo è il suggerire che almeno non dia troppe lezioni al mondo.