Quando il Gabibbo
sale in cattedra Gli
intellettuali firmano un appello a favore di «Striscia la
notizia».
Bene, difendiamo la libertà. Ma andiamoci piano con gli eroi
del giornalismo
FRANCO CARLINI Con
una pagina a pagamento sui quotidiani, 26 intellettuali, tra
cui il nostro Vauro, ma anche Dario Fo e Franca Rame, Enzo
Biagi e Fernanda Pivano, hanno solidarizzato con Antonio Ricci
di Striscia la
Notizia e lanciato un allarme: «Vogliono chiuderci gli
occhi». La questione purtroppo è meno lineare di quanto
appaia e contiene almeno tre questioni, che vale la pena di
scavare. Ricci è stato condannato per aver trasmesso un
violento litigio tra Aldo Busi e Gianni Vattimo, registrato
negli studi Rai nel 1996 e trasferito sui ponti radio della
stessa Rai. Quelle onde elettromagnetiche erano state captate
dalle antenne di Mediaset e poi mandate in onda. La prima
questione riguarda la liceità di tale intercettazione: ogni
cosa che viaggi nell'etere può essere raccolta da chiunque,
solo perché casca nelle sue antenne? Il tribunale in questo
non ha visto alcun reato, ma non ci dovrebbe essere dubbio che
tali materiali sono comunque «proprietari» e coperti da
copyright e che dunque il loro riuso in un programma
concorrente non dovrebbe essere consentito.
Se
passeggiando nei pressi della Mondadori uno raccoglie nella
spazzatura delle bozze di un libro, certamente può leggerle,
ma altrettanto certamente gli avvocati della casa editrice lo
porteranno in tribunale se le stampasse in proprio, per fini
di lucro. Su questo terreno la contraddizione di Mediaset è
del tutto evidente, almeno secondo le leggi attuali e ancora
di più secondo le norme rafforzate dell'Unione Europea che
intendono difendere il copyright in maniera totale ed
estremistica. Né va dimenticata la somiglianza quanto meno
imbarazzante tra il pupazzo Gabibbo e
la mascotte Big Red della
Western Kentucky University, che risale addirittura al 1979,
(www.wku.edu/bigred.html). Davvero sembra di essere nella Casa
della Libertà, nel senso che «ognuno può fare quello che
cavolo gli pare» (doverosa citazione autorale di Corrado
Guzzanti).
La seconda questione tocca la privacy e il
diritto all'immagine, e su questo è stata comminata la
condanna a 4 mesi e 5 giorni. Gli ospiti in studio erano lì
all'interno di un patto implicito: si rende pubblico ciò che
si concorda, questo è il cosiddetto diritto morale
dell'autore. Essendo personaggi pubblici hanno certamente
diritto a una minore tutela della loro privacy, ma restano
tuttavia titolari delle loro espressioni.
Non per caso
la deontologia del giornalista prevede che ognuno di noi si
qualifichi come tale: il ministro Scajola sapeva bene di stare
parlando con dei cronisti quando disse che Marco Biagi era
«un rompicoglioni» e di nulla dunque ha potuto lamentarsi.
Vattino e Busi non erano di fronte a un giornalista di
Striscia, con telecamera o senza; erano in uno studio
Rai, per un programma della Rai. E infatti «Scherzi a parte»
chiede l'autorizzazione, ma Striscia no.La terza
questione, la più interessante, è il contenuto dell'appello
in favore di Striscia la notizia: «Vogliono togliere
l'opportunità di guardare l'altra possibile realtà». E del
resto tutta l'ideologia di questo programma ruota attorno al
proposito manifesto di rivelare i trucchi altrui, specialmente
degli altri media, e di narrare le cose come sono davvero, e
non come ve le raccontano.
La biblioteca dei programmi
smascherati da Striscia è ormai copiosa, ma pone un
problema di fondo persino filosofico, che riguarda la realtà
delle cose: esse esistono in quanto tali, oppure ogni realtà
è in qualche modo costruita e in divenire, figlia di un
processo sociale? Tra i due estremi, quello del «realismo
ingenuo» e quello che «la realtà non esiste», ma solo le
sue rappresentazioni, esistono molte posizioni e sfumature.
Striscia ha assunto il primo punto di vista, con
estremismo forse sessantottino (la controinformazione) e
insieme con un formato modernamente populista (in questo senso
è intimamente berlusconiana). Dunque - dicono Ricci e i suoi
- ci sono le cose vere e ci sono le manipolazioni: i media
nascondono e truccano, solo noi diciamo la verità; lo
ripetono con tanta insistenza che sono stati persino premiati
come il migliore telegiornale, figurarsi.
A ben vedere
questa è la stessa discussione tra «reale» e «percepito»
a proposito dell'inflazione, un gioco linguistico di questi
tempi dilagante ma culturalmente pernicioso perché allude al
fatto che ci sia una realtà vera e una percezione
soggettiva, quest'ultima verosimilmente fallace perché
afflitta da soggettivismo, appunto. Sono invece due
descrizioni della stessa realtà, quella affidata a
rivelazioni statistiche secondo un modello macro, e quella
affidata a rivelazioni altrettanto statistiche secondo altri
modelli di valutazione, diciamo micro.
Lo stesso vale
per gli spettacoli televisivi più o meno taroccati: che
differenza c'è tra una comparsa che va in televisione a
recitare la parte di una ragazzo innamorato, e un vero ragazzo
innamorato che va in televisione a raccontare se stesso? Di
fatto nessuna, perché anche il secondo è in qualche modo
falso non appena va in televisione, sapendo di entrare in quel
certo formato. Nello stesso tempo nessuno dei due è falso, ma
rappresenta comunque una parte vera di sé, all'interno di una
convenzione tra televisione e spettatori, dove tutti sono
almeno inconsciamente consapevoli che di una recita si tratta.
Per questo la vera truffa è chiamarli «reality show».
Altro
invece è l'informazione, che vorrebbe avere uno statuto di
obbiettività e dove di questi tempi avvengono le
manipolazioni peggiori e spesso consapevoli. Di esse Striscia
non si occupa molto, per propria scelta editoriale, ed è un
vero peccato. Ecco per esempio due situazioni in cui il
situazionista Ricci non si è mai messo. Consegnare un Tapiro
a Dell'Utri per avere denunciato preventivamente Dario Fo; a
seguire il sonoro del testo teatrale di Fo che invece andò
muto sul satellite. Sarebbe quanto meno un doveroso scambio di
solidarietà. Consegnare un Tapiro non solo all'avvocato
Trantino della Commissione Telekom Serbia, ma anche a Paolo
Guzzanti: il giornalista solo oggi scrive che il dossier Volpe
era una trappola e che lui l'aveva sempre saputo, ma il
Giornale che egli vicedirige su quel dossier ha marciato
(inconsapevolmente?) per mesi. Pretendere da Ricci simili
prestazioni certo è eccessivo, in quel contesto e in quel
formato, ma non lo è il suggerire che almeno non dia troppe
lezioni al mondo.
|